SCRIVE/FOTO: ANNA SERRANO
Il viaggio che sto per raccontarvi non è solo un viaggio geografico. E’ un viaggio nei luoghi dello spirito. In fondo, questi luoghi esistono già dentro di noi: a volte, quando ci rechiamo in alcuni angoli del pianeta in un momento particolare della nostra vita, scatta una scintilla che illumina la nostra anima e quei luoghi finiscono per diventare uno specchio di ciò che siamo.
E nel diverso ritroviamo noi stessi.
Il viaggio che ci occupa è anche un viaggio fuori dal tempo. Comincia nelle lontane terre di Kars e scende verso Ani, per andare a finire nella remota Doğubayazıt bordeggiando la frontiera con l’Armenia prima e con l’Iran dopo. Poi arriverà il lago di Van dove la presenza dell’Iran è palpabile, poi Tatvan e poi, flash! la Mesopotamia turca con la sua luce immensa. Immensa come il mare che non vede. I grandi nomi della Storia verranno a bussare al nostro cuore: Diyarbakır, Mardin, Hasankeyf. Il fiume Tigri!! Poi si andrà a cercare la frontiera con la Siria: Midyat e Nusaybin. E quando ci crederemo sazi di luce verrà ancora a baciarci piena di spirito Şanlıurfa (che sta per Urfa la gloriosa) e Gaziantep (che sta per la grande Antep). Ci si recherà poi ad Halfeti, sepolta sotto l’acqua, a modo di purificazione, come anticipo del grande silenzio di Nemrut, per poi scendere verso la terremotata e dolente Malatya, risalire verso Divriği, con i cuori finalmente appagati, nel bel mezzo del nulla, e finire nella prospera Sivas.
Salpiamo via terra, stive pronte
Kars La sovietica, dimenticata da tutti finché il premio nobel Orhan Pamuk non la ricoprì di letteratura nel suo romanzo Neve. Neve in turco si dice „kar“, anche se dicono che il nome provenga dall’armeno e voglia dire sposa, oppure dal georgiano e voglia dire porta. La sposa, bianca e pura come la neve, oppure la porta. Tutte le spiegazioni vanno bene. Le sue case dal sapore marcatamente sovietico, il suo formaggio, la sua austerità e severità convincono subito.

Ani Oggi in rovine. Colei che fu una delle città più grandi e ricche del mondo conosciuto, capitale del regno armeno dei Bagratidi, che rivaleggiava niente di meno che con Baghdad e con il Cairo. Cattedrali, moschee, caravanserragli, mura possenti. Il crollo è stato talmente tale che la distanza tra quello che fu e quello che vedi oggi è quasi impossibile da colmare con l’immaginazione. Il vento che spazza le rovine sembra l’unico abitante rimasto in quelle vaste estensioni di terreno con l’orizzonte a perdita d’occhio. Doğubayazıt e il palazzo di Ishak Pascià, con il suo nuovo e polemico tetto di cristallo, remoto e imponente nella sua sobrietà, e il monte Ararat come presenza possente a una manciata di chilometri. Siamo ai confini dell’Anatolia, sulla soglia dell’Iran ma quello azero, non ancora persiano.
Il lago di Van è la porta che si apre e si chiude verso l’Iran. Il più grande lago della Turchia. Salato come un mare rinchiuso su sé stesso. Nell’isola di Akdamar, una chiesa armena del X secolo. Sola, circondata da acqua, circondata da sale, con i suoi affreschi ancora vivi che ti guardano negli occhi e ti parlano e ti raccontano dei sogni di tutti coloro che da lì sono passati.

La Mesopotamia, terra fra i due fiumi, il Tigri e l’Eufrate
La Mesopotamia turca è una delle regioni più straordinarie e meno conosciute del mondo. Il suo nome lo abbiamo studiato a scuola quando eravamo bambini. Ha il sapore della leggenda, del potere, dell’origine della vita, delle gesta e dei tramonti degli imperi. È il luogo dove la storia umana ha radici così profonde che camminare lì ha un peso fisico diverso.
La densità di fedi e popoli che si sono sovrapposti senza mai cancellarsi del tutto è sbalorditiva: sumeri, accadi, assiri, babilonesi, ittiti, urartei, persiani, romani, arabi, artuchidi, selgiuchidi, mongoli, armeni, ottomani, kurdi. L’aramaico che risuona ancora nelle pietre dei monasteri, il muezzin che scandisce con la sua chiamata alla preghiera le giornate, le memorie cristiane siriache che resistono da duemila anni nello stesso paesaggio di pietra e polvere.
Diyarbakır Amed, in kurdo. La città matriarca. Intensa, forte, decisa, dalla personalità magnetica. Baciata dal Tigri con il suo ponte dai dieci occhi, On Gözlü Köprü. Le sue mura di basalto nero sono tra le più lunghe al mondo in un centro abitato. Cuore nevralgico dei kurdi, parte intrinseca dell’anima della Mesopotamia, con la loro lingua millenaria, la loro musica, la loro memoria. Gente fiera, diretta, dallo sguardo penetrante, calorosa e generosa.

Mardin Il balcone in pietra sulla piana della Mesopotamia. Case color miele che scendono a cascata verso la pianura, chiese antiche, profumo di spezie, mandorle candite color indaco. Prendere un tè nero, bello carico, sul tetto di un qualsiasi caffè a modo di balcone con simile spettacolo è uno dei lussi più grandi che questa terra offra. Città senza fretta dove la vita scende lenta come le sue case verso la pianura.
Hasankeyf Diecimila anni di storia ora sotto l’acqua. Per costruire una diga sul fiume hanno sommerso uno dei siti abitati più antichi del pianeta. Il Tigri fa sempre da padrone di casa però. Cambiano i tempi e le forme. Ma il Tigri non cambia.
Midyat Piccola, bella, sconosciuta, con un marcato sapore siriaco-cristiano. Piena di chiese e monasteri imponenti nella loro sobrietà, restaurati coi soldi di chi un giorno emigrò in Germania e un altro rientrò in patria. La continuità è il suo miracolo silenzioso.
Nusaybin Praticamente separata da Al-Qamishli solo da una linea tracciata a pennello. Cammini per Nusaybin e all’improvviso appare un cartello che dice „Siria“. Vi è anche la tomba di un santo di nome Yakup, Giacomo di Nisbis, detto il Mosè della Mesopotamia. Mentre la cristianità intera pellegrina verso Compostela, un altro San Giacomo riposa qui, in questa città di frontiera che sa di due mondi.

Urfa La grande, come la chiamano i turchi (Şanliurfa). Il profeta Abramo è nato qui, in una grotta nel centro della città ancora visitabile oggi, meta di pellegrinaggio. Urfa è per i turchi terza in Oriente solo dopo la Mecca e Gerusalemme. Accanto, un lago di acque verde smeraldo popolato di pesciolini sacri dal color arancione saturo che i fedeli nutrono da secoli. Le scorpacciate di fegato da Paflar Ciğer e da Astarte. E Göbeklitepe a pochi chilometri, il sito archeologico più antico del pianeta, epicentro di epicentri.
Antep La vittoriosa come la chiamano i turchi (Gaziantep). Il trambusto del bazar, il rame lavorato pazientemente a martellate, i mosaici romani del magnifico museo di Zeugma. E il cibo: qui e a Urfa la gastronomia è civiltà. È la trasmissione di un sapere antico che passa di mano in mano come un testo sacro.
Halfeti E’ come entrare in un film d’autore dai lunghi silenzi e paesaggi metafisici. Il vecchio villaggio è stato sommerso dalle acque del bacino artificiale. Di quella vita inghiottita rimane solo il minareto della moschea che spunta dall’acqua. Ci si accede lentamente con la barca.
Monte Nemrut A duemila metri, il re Antioco I di Commagene fece costruire nel I secolo a.C. un santuario funerario con statue colossali. Le loro teste di pietra guardano un orizzonte che poco è cambiato da secoli. Il Nemrut regala albe e tramonti, lontani da tutti e da tutto, inondati di silenzio. Un centro energetico denso e leggero in contemporanea.
Malatya Martoriata dal terremoto del 2023, ancora piena di ferite e di palazzi pericolanti, la grande moschea praticamente andata. Un senso di rassegnazione ma anche di lotta nell’animo delle sue genti.
Divriği La grande sconosciuta. La moschea-ospedale costruita nel 1228 unisce sotto lo stesso tetto la casa di preghiera e la casa di cura. Come se i suoi costruttori avessero saputo qualcosa che noi moderni abbiamo dimenticato: che il corpo e lo spirito si curano insieme. La porta del paradiso, così viene chiamato il portale principale, è scolpita con una ricchezza ornamentale e al tempo stesso una sobrietà che toglie il fiato. Non si capita a Divriği per caso. Bisogna volerci andare.
Sivas E infine Sivas. Città di moschee straordinarie, la Çifte Minareli, la Gök Medrese, la Buruciye, capolavori dell’architettura selgiuchide che si aprono all’improvviso come rivelazioni. Sivas, la prospera, dove l’abbondanza è di casa.
Questi luoghi li percorro da anni, come accompagnatrice culturale per la Compagnia del Relax. Ogni volta è un viaggio diverso. Ogni volta è lo stesso viaggio.
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