LA FORZA DEL DESTINO

AUTORE: ENZO BARTOLO

FOTOGRAFIA: ANIMA MUNDI

Rocco aveva da poco cominciato a frequentare lo studio legale Previti come praticante dopo aver conseguito la laurea in Giurisprudenza a Firenze. Tutte le mattine,alle 7,30,  partiva da Piazza Re di Roma in metropolitana per Ottaviano da dove poi raggiungeva lo studio a piedi: Dal lavoro poi rientrava la sera verso le 23,00. Le giornate allo studio erano lunghe ed estenuanti. Talvolta, giusto per rifarsi dalla lunga sedentarietà, invece che prendere il treno si avviava a piedi verso il centro, fermandosi in un bar a bere qualcosa di fresco per rinfrancarsi dal caldo afoso delle serate pre estive romane. Quella sera imboccò a piedi ponte Umberto I proseguendo per via Zanardelli in direzione di piazza Navona. Prese un gelato ai Tre scalini e si soffermò a guardare la  facciata di S. Agnese in Agone dando le spalle alla fontana dei Fiumi. Maria stava terminando la visita alla chiesa e, nell’impegnare la breve scalinata  il suo sguardo incrociò quello di Rocco che rispose. Si conobbero ai piedi del Biancone quando a Rocco cadde il gelato dal cono spiaccicandosi sui sampietrini lasciando Rocco con la cialda vuota in mano. Maria scoppiò in un riso incontenibile che mosse Rocco a prodursi in una battuta di spirito di quelle che gli uscivano ogni volta che doveva superare un momento di imbarazzo.

Lo aveva appreso dall’avvocato Previti: Sempre rispondere a una crisi con un rilancio. Mai arrendersi alle difficoltà ma contrattaccare sempre. La aspettò fuori del’hotel Genio dove Maria soggiornava con la sua compagnia  in viaggio scolastico di istruzione. Disse qualcosa circa la insegnante che non voleva che le ragazze si vedessero con gli indigeni. Ma ovviamente l’attrazione ingenua che Maria provava già per il giovane italiano la spingeva alla disubbidienza. Si rividero quella stessa sera. E si rividero tutti i giorni seguenti finchè Maria e la scolaresca di Copenhagen rimasero nella città eterna, lungo tutta quella settimana di primavera. Prima di partire Maria volle salutarlo ancora sotto l’ombra del Biancone.

Pianse con lunghi singhiozzi sul petto di Rocco che le accarezzò a lungo i capelli per consolarla. E nel farlo pensò ai medusei capelli bruni come le brune foglie morte di un’altra Maria a cui il Vate aveva dedicato  versi di tale  bellezza triste eppure dolce: “Dicono che nel folto de le chiome voi abbiate una ciocca rossa come una fiamma: nel folto chiusa.” Nel carezzarli pensò di cercare la ciocca rossa che però ovviamente non vide. Si scambiarono gli indirizzi, Rocco fece scrivere a Maria il proprio recapito sulla copia del Messaggero che aveva con se, poco sopra la testata del quotidiano. Nel lasciarla e avviandosi verso lo studio guardò a lungo quella calligrafia ordinata e squadrata, così diversa da quelle a cui era abituato lui, calligrafie da legulei.

Quel che accadde poi Rocco se lo sarebbe dovuto aspettare conoscendo la propria sbadataggine: La mattina dopo, nel ripulire in fretta il tavolo della colazione prima di andare al lavoro buttò la copia del giornale ormai letto nella busta della spazzatura di cui poi si liberò definitivamente fuori dal portone di casa. Quando poi più tardi se ne avvide, al rammarico iniziale subentrò poi la rassicirante  fiducia che quella ragazza così evidentemente attratta avrebbe scritto lei. Senza dubbio.  Passarono i mesi e poi gli anni ma la attesa lettera di Maria non giunse mai. Dapprima l’attesa si trasformò in delusione, poi col tempo in oblio.

Dieci anni erano trascorsi. E più di dieci erano state le ragazze con cui Rocco era stato insieme. Era Natale e lui andò a trovare gli zii per gli auguri. In casa vi trovò il cugino, Rocco anche lui (era il nome del nonno e  la tradizione di trasmettere ai nipoti il nome del progenitore era ancora forte all’epoca della loro  rispettiva nascita) Quest’altro Rocco studiava ingegneria al Politecnico di Torino. Chiacchierarono convivialmente per lo più di prospettive di carriera e, ovviamente, di ragazze. Fu allora che al Rocco di Torino venne in mente quella lettera ricevuta diversi anni prima nella quale unasconosciuta ragazza svedese o finlandese, non ricordava bene, raccontava di un incontro a Roma al quale lui era ovviamente estraneo. Lo sciagurato aveva stracciato la lettera e solo ora pensava che forse il Rocco destinatario del biglietto poteva essere il cugino di tre anni più grande. Il quale udendo quel racconto dovette faticare non poco a trattenere l’ira, fingendo indifferenza.  Altri dieci anni trascorsero. Rocco era oramai un avvocato affermato molto apprezzato nella contrattualistica internazionale e nel diritto societario, con una passione per le questioni di politica internazionale. Aveva anche una cattedra a Roma 2 e tutti questi suoi dati si potevano leggere, insieme all’elenco delle pubblicazioni a suo nome, sul sito dello studio legale che ora dirigeva. Un giorno ricevette un messaggio, da parte di una giornalista danese la quale si diceva ammirata dell’ultimo saggio che lui  aveva pubblicato su RIVISTA DI DIRITTO INTERNAZIONALE. Si trattava di un saggio sulla possibile definizione dello status di Abyei, regione contesa tra Sudan e South Sudan che la rivista aveva accolto quale omaggio all’illustre autore un po’ in deroga alla propria linea editoriale . La giornalista disse di averlo dovuto far tradurre da Google ma ne aveva comunque colto l’essenza e se ne diceva incantata per la attenta disamina e per la concretezza lucida delle proposte. Rocco fu sorpreso in verità. Quell’articolo era fra i  meno riusciti che lui avesse pubblicato. Tuttavia durante una pausa pranzo rispose alla giornalista ringraziandola per gli elogi e dicendosi disponibile a fornire qualche chiarimento se richiesto. Lo stesso giorno giunse la replica della danese la quale ribadiva l’ammirazione per la sottigliezza e arguzia dello scritto  chiudendo con una frase che colpì non poco Rocco. “lei non si ricorderà certamente ma noi ci siamo conosciuti” Se non ne ha memoria nessun problema. Ho sentito di doverglielo dire”. Rocco ebbe una intuizione. Cercò il nome della interlocutrice su Google e ne trovò il profilo su Linkedin.  Il cognome non gli suonava familiare (infatti era quello del marito) ma la foto… Trasalì guardandola. Seppure l’espressione del viso, lo sguardo, non fossero più quelli della ragazzina diciassettenne che aveva conosciuto anni prima e fossero come velati, attutiti dal tempo passato, riconobbe la Maria di S. Agnese in Agone di venti anni prima.. Ne riconobbe I medusei capelli.  Le scrisse e lei rispose. Si scambiarono decine di messaggi in pochi giorni nei quali lei raccontò della propria vita, dell’incidente d’auto nel corso del quale rischiò di morire, del marito sposato per far felici i genitori ma col quale non c’era mai stato dialogo nè sesso benchè le avesse dato tre figlie che oramai erano adolescenti e assomigliavano tutte e tre a lei. Forse per questo, non rivedendo se stesso nei volti delle figlie, sapendosi non amato dalla consorte la quale nel tempo gli aveva  raccontato del proprio grande amore adolescenziale, Marius aveva cominciato a  nutrire astio e disprezzo verso Maria. E alla freddezza dei primi anni di matrimonio era subentrata una  ostilità sempre meno celata, anche davanti alle figlie. Raccontò Maria di come dopo il ritorno in Danimarca dal giovanile viaggio in Italia aveva assecondato i desideri dei genitori di frequentare Marius, figlio del borgomastro di un grande comune vicino, una promessa della politica danese con un patrimonio sul quale molte famiglie avrebbero desiderato allungare le mani in cambio di una figlia da offrire al fortunato rampollo come sposa. Aveva creduto che seguendo i desideri dei genitori sarebbe stata aiutata  a dimenticare quella chimera amorosa romana che non poteva che essere una illusione frutto dell’immaturità e delle illusioni create nella mente di una ragazzina dalle troppe letture di racconti d’appendice. E invece cos’era quel rammarico che cresceva dentro il suo petto ogni volta che osservava sotto le lenzuola le carni del marito vicine alle proprie? Cos’era quella insofferenza per quanto la riportava alle incombenze familiari dopo aver liberato la fantasia dietro la vita dei personaggi femminili di Chekov, Tolstoy, Goethe, dietro i versi di Saffo e Alceo?

E perchè l’immagine di quegli occhi scuri e accesi  come braci, quegli occhi che aveva mirato tanti anni prima a piazza Navona, sotto la statua del Biancone,  e la sensazione che quella immagine le provocava ancora, non l’abbandonavano mai? Aveva voluto dimenticarlo, se lo era imposto per essere una buona madre e moglie. Aveva stracciato il foglio con l’indirizzo di Rocco e lo aveva buttato nel bagno tirando l’acqua dello sciacquone. Per poi però essere presa dall’ansia  e dalla disperazione e avere cercato con la mano di raccoglierne I pezzi da dentro il water, inutilmente. Fu così che dopo un po’ lo cercò sulla guida telefonica di Roma e non avendolo trovato pensò che forse si poteva essere trasferito in altra città. Cercò tutte le guide telefoniche e quando trovò il nome di Rocco E. a Torino gli scrisse.

Ma non ebbe mai risposta. Si sentì disperata e sconfitta da un destino avverso e ostile. Così si trasformò in quella moglie remissiva e  sottomessa che era probabilmente il sogno segreto di Marius. Fu così per diversi anni. Fino a quando non lesse il nome di Rocco E. su una pubblicazione danese. Prese a cercare ogni cosa che fosse collegata  a lui, ne lesse molti degli scritti, materiale noioso e altamente tecnico che però la affascinava perchè dietro quegli scritti c’era la mente e l’anima di Rocco. E quelle mani che le avevano carezzato tanti anni prima i capelli mentre singhiozzava disperata sotto la statua del Biancone  avevano pure digitato su una tastiera quelle parole che componevano quegli scritti altrimenti algidi e senza vita. A Maria  mancò  la forza o la disperata follia per cercare di  abbandonarsi a quella chimera ridivenuta reale. E l’irreale della quotidianità prevalse sulla concretezza del sogno.  Come una lettera che recapitata per errore dalle Erinni, dai capelli intrecciati di serpenti come intrecciati erano stati i capelli di Maria,  finisca nel sacco della spazzatura o dentro un vaso da bagno, a eludere una alternativa del destino.